Il Porto della memoria
L'Arena •
Filippini. Il libro dello scrittore «Il Porto della memoria» portato in scena da Andrea De Manincor e Lorenzo Bassotto
Amarcord veronese
Intensa rilettura del libro di Piero Marcolini
L’ambiente tipico della vecchia mescita prende forma soltanto attraverso le vecchie lampade da osteria pendenti dal soffitto e i pochi oggetti di scena, un tavolaccio e due sedie, un litro di vino rosso e un paio di bicchieri, una scodella di noci e una bottiglia d’acqua di quelle col tappo a molla tipo Frizzina, una stufa dentro la quale rosseggiano le braci e una radio a valvole con lo schermo che si illumina quando la accendi girando la manopola e la voce non arriva subito ma dopo qualche istante, a onda. Per il resto a rievocare gli antichi splendori di Porto San Pancrazio, il borgo veronese spazzato via dai bombardamenti della Grande guerra e poi ricostruito, ci hanno pensato i due attori in scena, Andrea De Manincor e Lorenzo Bassotto e il fisarmonicista Igino Maggiotto nella rilettura in chiave dialogante del libro «Il Porto della memoria» dello scrittore e sceneggiatore Piero Marcolini. Ironia, buon umore, freschezza, intensità, quel tocco di malinconia che basta e non sfocia nella retorica e soprattutto desiderio di non dimenticare mai le nostre origini: questi i tasselli di uno spettacolo-mosaico onesto, in buon equilibrio sul filo dei ricordi “a tarda notte” mediati dagli avventori Lorenzo e Andrea: episodi che possono rivivere oggi fedeli al tempo che fu ed indelebili in virtù dello spirito sanguigno e veritiero di storie di vita vissuta, non solo specchio dei tempi ma ponte verso il futuro. Cronologico e a tinte sia forti che delicate come le illustrazioni di un sussidiario, “Il Porto della memoria” della quotidianità dei nostri nonni e dei nostri genitori non ha tralasciato nulla: la vita nei campi, il lavoro in fabbrica, i primi amori, le innocenti pulsazioni “erotiche”, le feste di paese, il catechismo e le scanzonate confessioni dei peccati “veniali” all’insegna degli atti impuri fatti ad un prete che ai lunghi ed imprevedibili elenchi commentava: “E dopo, e dopo...”. Quindi la ricchezza dei benestanti e la povertà dei nullatenenti, i semplici frutteti e le grandi piantagioni, la siccità e gli imponenti impianti di irrigazione di chi invece se li poteva permettere, i giochi e i passatempi come lo “s’cianco” — raccontato dalla voce in scena di Marcolini — ossia lo sport antenato del baseball, il nascondino, gli “indigeni bizzarri” che in un borgo come si deve non mancano mai, la banda giovanile detta “la combriccola” che ne combinava di tutti i colori come quando ad esempio se ne uscì in piazza completamente nuda, le belle ragazze con le “cotole al vento”, la bellissima e morigerata “fata intoccabile” con il colletto della camicetta bianca abbottonato fin sopra il mento. Ma soprattutto è stato il fiume Adige a condurre l’avventura in quanto non solo corso d’acqua ma “essere vivente” che segue un itinerario ben preciso, nasce dallo Stelvio trentino, va a tutta corrente verso l’Adriatico ed ha lasciato lungo la strada visibili tracce di fermento e umanità là dove si incunea in quel di Verona. La scenografia essenziale e la voce degli attori hanno dunque restituito del libro di Marcolini quello stile monello tipico del testimone oculare disincantato che da bambino e ragazzo ha respirato l’aria del Porto e poi è cresciuto senza più poterne fare a meno: una sorta di «Amarcord veronese» i cui elementi sarebbero stati cari a Federico Fellini al quale lo spettacolo ha fatto omaggio attraverso la poesia di Maggiotto che ha eseguito come fulcro della recita il leit motiv appunto di Amarcord. Non sono mancate allo spettacolo però anche le note tristi, quelle degli aerei da ricognizione e le bombe sganciate dai loro ventri. Non solo al 1934 e al 1935 si è riferito l’almanacco, ma è andato oltre il calendario sviluppato da Marcolini nel suo libro: gli eventi infatti hanno abbracciato anche gli anni ’40 e a proposito di Seconda guerra mondiale ha scosso gli spettatori risentire a tutta amplificazione la dichiarazione di guerra di Benito Mussolini e quell’inquietante “Vincere!”. Le repliche dello spettacolo saranno giovedì, venerdì e sabato alle 21 sempre ai Filippini. • Michela Pezzani